Il mio giudizio sulla manovra non sarà così tecnico e particolareggiato
come quello dei relatori che mi hanno preceduto, ma sarà un giudizio
di contenuto e d’insieme.
Vorrei però fare una premessa e parlare dei rapporti tra tecnica
e politica, tra tecnici e politici, delle difficoltà di comunicazione
che questa legge Finanziaria ha incontrato, delle modalità con cui
la legge Finanziaria è elaborata e discussa.
Tecnica e politica non sono certo avulse: molte volte la tecnica viene utilizzata
per orientare pretestuosamente su un percorso politico. Credo che a voi
tutti sia ben chiaro quali sono le sedi tecniche: l’Ocse, il Fondo
monetario internazionale, la Banca centrale europea, le authority. Gli organismi
internazionali fanno esclusivamente una valutazione di merito rispetto a
una esigenza di bilancio, finanziaria, per cui il pareggio di bilancio diventa
prioritario rispetto a qualsiasi altro tipo di problema.
Vorrei raccontarvi una storia che mi è realmente accaduta. Tempo
fa, ho partecipato a Parigi a un dibattito dell’Ocse. A un certo punto,
la rappresentante del Governo belga ha chiesto al rappresentante dell’Ocse
se avessero mai studiato il fenomeno dell’immigrazione dei cinesi
e degli indiani e se, per altri versi, avessero mai pensato a una regola
del commercio mondiale per regolamentare i cinesi e gli indiani, tenendo
conto della competizione che si stava verificando. La risposta del tecnico
dell’Ocse è stata: “Noi abbiamo studiato questi fenomeni,
sia delle esportazioni che dell’immigrazione, e la soluzione che riteniamo
utile per l’Europa è che progressivamente debba abbassare i
suoi redditi e i suoi diritti a livello di quei Paesi”. La belga esterrefatta
ha dichiarato: “Non so perché sono qui oggi a sprecare il denaro
del Governo belga e di questo mi dispiaccio, però ho risolto i problemi
del bilancio belga, perché non daremo più finanziamenti all’Ocse”.
Anche la Commissione per la spesa previdenziale, presso il Ministero del
lavoro, è una sede tecnica. Danno soltanto un giudizio di scenario?
No, credo che orientino rispetto alle decisioni che ritengono prioritarie
rispetto ad altre.
Non c’è, dunque, una tecnica asettica, non bisogna cadere in
questo errore, personalmente non ci credo, né ci crederò mai.
Tant’è che ho continuato a criticare la Commissione per la
spesa previdenziale.
Ricordiamoci che i tecnici al momento della riforma Dini ci spiegarono che
bisognava passare dal retributivo al contributivo, perché avremmo
tutelato i giovani, che avrebbero avuto la stessa pensione dei loro padri,
garantendo al contempo la sostenibilità finanziaria. Quegli stessi
tecnici che hanno sostenuto il sistema contributivo, oggi ci spiegano che
i giovani hanno una pensione da fame e che quindi bisogna correggere il
sistema. E come? Togliendo la pensione anche ai padri.
Un Paese serio avrebbe dovuto dire a quei tecnici: “Cambiate mestiere,
non parlate più di pensioni: fate un’altra cosa”. E invece,
sebbene abbiano fatto danni, continuano imperterriti a parlare di pensioni
e sono anche pagati per farlo!
Per quanto riguarda la confusione dei messaggi imputata all’attuale
governo, sono convinto che ci sia stata. Sono meno convinto che ci siano
stati errori di procedure, credo di più alla confusione, a una maggioranza
strana, che indubbiamente paga il prezzo delle sue contraddizioni, perché
nasce da Mastella e finisce a Diliberto, passando per Bertinotti e Giordano.
Non è dunque un caso se ci sono 230 pagine di programma: per trovare
delle mediazioni si allungano molto i testi, perché ognuno ci deve
trovare dentro il proprio pezzo.
La confusione, quindi, non è nel rapporto con il Paese, nello spiegare
le norme, ecc. No, la confusione è all’interno della maggioranza
e ne abbiamo continuamente la prova, dalle dichiarazioni contraddittorie
degli esponenti del governo, a volte persino dello stesso partito.
Non vanno neppure sottovalutate le anomalie del nostro sistema della comunicazione
e in particolare di quello radiotelevisivo. Sarebbe, invece, un diritto
fondamentale di democrazia dare ai cittadini gli strumenti per poter farsi
una opinione ragionata.
Contraddizioni ed elementi negativi si possono riscontrare anche nella stesse
modalità di stesura e di presentazione della finanziaria. I meccanismi
di procedura parlamentare sono purtroppo così: per mettere la fiducia
è necessario un articolo unico, altrimenti bisognerebbe inserire
tante fiducie quanti sono gli articoli della finanziaria. Abbiamo regolamenti
e procedure borbonici, che andrebbero modificati insieme alla legge elettorale.
Però è questo il meccanismo: devi fare un unico articolo e
dare il voto di fiducia. Questo percorso porta anche alle degenerazioni
del comma Fuda, quello che prevedeva la sanatoria per i reati contestati
alla Corte dei Conti, un comma micidiale, ma che può essere inserito
e sfuggire quando i commi sono 1.365!. Può accadere anche per quella
mancanza di chiarezza di cui parlava Fornari, perché le modifiche
non sono scritte integralmente, ma si citano unicamente articoli e commi
di leggi e di norme, rendendo la lettura praticamente impossibile. Condivido
senz’altro, dunque, la necessità di una maggiore trasparenza
delle norme, che anch’io ritengo fondamentale rispetto al concetto
di democrazia.
Vorrei, peraltro, evidenziare, che il primo a denunciare l’aberrazione
del comma Fuda è stato Cesare Salvi, un senatore del centro sinistra,
non del centrodestra, e ad eliminarlo, poi, è stato il governo. Avrei
anche delle riserve sulle valutazioni morali avanzate su questo comma da
esponenti del precedente governo di centrodestra, considerando che nella
scorsa legislatura sono stati fatti 27 condoni, da quello edilizio a quello
giudiziario. Credo che in questo caso si possa davvero parlare di strumentalizzazione
politica.
Le modalità di stesura e di presentazione della Finanziaria devono
essere modificate profondamente. La Finanziaria, infatti, oggi è
una specie di autobus sul quale tutti vogliono montare, perché è
l’unica legge dello Stato nazionale che ha certezza dei tempi di approvazione,
di procedura parlamentare e di risorse. Tutte le altre proposte di legge
si sa quando entrano, ma non si sa quando escono. A volte entrano all’inizio
della legislatura e sono necessarie altre dieci legislature perché
siano definitivamente approvate! La Finanziaria è l’unica che
garantisce tempi certi, per questo tutti cercano di inserirci di tutto,
anche le cose meno importanti, ad esempio un tratto di strada.
Ecco perché bisognerà cambiare, per far sì che la Finanziaria
sia, come negli altri Paesi, solo una legge di saldi finanziari, di obiettivi
economici, di indicazione di strategie politiche, che viene approvata con
meccanismi di inemendabilità: prendere o lasciare. Se la Finanziaria
è approvata, il Governo va avanti; se è respinta, il Governo
cade, come avviene negli altri Paesi.
Le modalità di presentazione della nostra legge Finanziaria appaiono
incomprensibili all’estero. Ero negli Usa mentre il nostro Governo
presentava, nella prima versione, il 29 settembre, 250 emendamenti alla
Finanziaria. Come spiegare il motivo per cui la Finanziaria viene elaborata
dal Governo, ma poi vengono presentati 250 emendamenti dallo stesso Governo?
In più, ho avuto la sensazione che al tavolo del confronto ci sia
stata, da parte di Cgil, Cisl e UIl, una timidezza nel rivendicare i propri
interessi. L’impressione che si è avuta è che quegli
interessi fossero più che altro rappresentati da Rifondazione comunista,
dai Comunisti italiani, dai Verdi e da parte del correntone dei Ds, più
che da Cgil, Cisl e Uil.
Pensate alla lotta alla precarizzazione del lavoro o al Tfr: tutte le misure
contenute nella Finanziaria sembrano essere nate più da una discussione
politica, che non sindacale.
Forse, il sindacato confederale paga ancora anche lo scotto relativo all’accordo
del ’92, alla politica dei redditi. Forse, nella convinzione di aver
pesato troppo in passato, ritiene opportuno, oggi, lasciare più spazio
a qualcuno altro.
Non so, a un certo momento credo si dovrà ricalibrare il modo in
cui il sindacato rivendica il suo ruolo e la sua rappresentanza di interessi.
Veniamo ora al giudizio d’insieme sulla Finanziaria. Nel momento in
cui si dà un giudizio d’insieme di una legge finanziaria, non
si può non partire dalle premesse e dalle situazioni che hanno portato
a quella determinata Finanziaria.
I suggerimenti che davano Giancarlo Fornari e anche Salvatore Tutino potevano
senz’altro essere d’aiuto. E ne faremo senz’altro buon
uso per il futuro. Si sarebbe potuto fare di meglio e mirare a una maggiore
equità e sviluppo.
Se, tuttavia, partiamo da quando la discussione ebbe inizio, ossia dal lontano
settembre scorso, si comprende come in quel periodo noi avessimo la necessità
di realizzare una manovra che tenesse conto dell’eredità lasciataci
dal precedente governo, una eredità piena di ‘polpette avvelenate’.
La riforma elettorale è l’ultima ‘polpetta avvelenata’
della maggioranza passata, che, cambiando le regole, ha portato a un sistema
di presenze parlamentari che evidenziano le specificità e le mettono
in moto. Oggi, il centro sinistra, con una maggioranza di soli due senatori,
può essere messo facilmente in difficoltà e può capitare
il senatore di turno che chiede 34 milioni per quella o quell’altra
destinazione e, non ottenendoli, vota contro, lasciandoti in un mare di
guai.
Un’altra ‘polpetta avvelenata’ è quella lasciataci
da Tremonti, che, con molta astuzia e furbizia, ha rinnovato il Patto di
stabilità, con intesa a Bruxelles, rimandando tutto al 2008.
Analogamente, ci hanno lasciato in eredità la riforma delle pensioni,
sempre mandata a scadenza nel 2008, ossia dopo le elezioni.
Un altro pesante lascito del governo Berlusconi è la perdita totale
di coscienza rispetto al diritto fiscale, per cui l’evasione era diventata
una regola. Non dimentichiamo quando qualcuno disse che evadere era morale.
Per cui ci siamo trovati davanti questo percorso. Ci siamo trovati davanti
un sistema fiscale in cui la progressività era stata messa fortemente
in discussione. Venivano predicate due sole aliquote e perseguito un disegno
che col meccanismo delle deduzioni appiattiva le differenze e rendeva tutto
uguale.
Anche le politiche solidali erano state significativamente ridotte dal precedente
governo. A tale proposito, ricorderete certamente le risposte che avete
ricevuto in merito alle proposte per l’istituzione di un Piano e di
un Fondo nazionale per la non autosufficienza.
Né va dimenticato il debito pubblico accumulato e l’azzeramento
dell’avanzo primario; così come i molti impegni finanziari
che erano solo sulla carta. Per quanto riguarda le infrastrutture, ad esempio,
ricordiamoci che l’Anas ha dichiarato di voler chiudere perché
non aveva più disponibilità economiche. Si volevano chiudere
i cantieri della Salerno – Reggio Calabria perché i soldi erano
solo sulla carta.
Possiamo ricordare anche i rinnovi dei contratti del pubblico impiego e
del comparto sicurezza: anche qui, soldi solo sulla carta, inesistenti dal
punto di vista della liquidità, della capacità effettiva di
erogarli.
Il precedente governo ha fatto ricorso al populismo e alla demagogia, nella
speranza che “pagasse Pantalone”, senza perseguire alcuna politica
di controllo della spesa.
Una considerazione a priori sulla finanziaria, tuttavia, si poteva fare
e riguarda il giudizio sulla necessità o meno di fare una manovra
da 35 miliardi di euro. C’è chi riteneva che fosse sufficiente
una manovra da 15 miliardi. Su questo c’è stata una divisione
politica.
Una volta convenuto sulla necessità di una manovra da 35 miliardi,
ogni modifica proposta doveva avere la necessaria copertura finanziaria.
Personalmente, sono convinto che fosse necessaria una manovra da 35 miliardi,
per tutte le cose appena richiamate, per il Patto di stabilità e
per tutte le ‘polpette avvelenate’ lasciateci dal precedente
Governo. Senza una manovra di questa entità, lo sviluppo, la competitività,
il rilancio economico, la stabilità, la sicurezza del lavoro –
tutti impegni al centro del programma dell’Unione – sarebbero
stati disattesi. E avremmo avuto un altro anno perso, con una crescita del
Pil uguale a zero, come la media degli ultimi tre anni del precedente governo.
Nessuno pensava, tuttavia, che con una legge finanziaria si potesse risolvere
il problema di cinque anni di malgoverno di questo Paese. È infatti
impensabile rimettere a posto con una finanziaria la pressione fiscale,
l’equità, lo sviluppo; tenendo conto che per tre anni siamo
stati a sviluppo zero, abbiamo aumentato il debito pubblico, abbiamo sperperato
l’avanzo primario.
La legge Finanziaria parte da questa difficilissima situazione da questa
eredità ricevuta dalla maggioranza passata. E il nostro primo compito
è stato ricominciare a mettere in sesto i conti. C’è
stata qualche contraddizione? Sì, sicuramente.
Peraltro, sono stato l’unico deputato del Parlamento italiano che
si è astenuto sul Documento di programmazione economica e finanziaria,
perché vi era scritto che si sarebbe intervenuto su pensioni, sanità,
enti locali e pubblico impiego, ignorando, però, come mettere in
ordine gli addendi. Giustamente, Padoa Schioppa enfatizzava i saldi, ma
non volendo nessuno toccare i saldi, il problema è stato come mettere
in ordine gli addendi. Ed il modo di mettere in ordine gli addendi distingue
un governo di centrodestra da un governo di centrosinistra, o, perlomeno,
distingue uno schieramento progressista e riformista da uno schieramento
conservatore. E per questo mi sono astenuto.
Da quando la legge finanziaria è stata presentata nella sua prima
veste, cioè dal 29 settembre, a quando è stata definitivamente
licenziata, i cambiamenti sono stati comunque molti.
Sarebbe stato meglio fare l’operazione sostenuta anche dalla Uil.
C’è il cuneo fiscale? Ci sono due, tre punti da dare? I due
punti si sarebbero potuti restituire subito ai lavoratori dipendenti e ai
pensionati, mentre la riforma delle aliquote fiscali, dell’Irpef,
si sarebbe potuta rinviare, per realizzarla con più calma.
Nonostante tutto, sono comunque convinto che la finanziaria – e in
particolare la riforma fiscale – abbia riconfermato quei principi
base di equità fiscale e di impostazione redistributiva che erano
stati messi in discussione dal precedente governo. Ristabilendo le cinque
aliquote, ha ridato senso alla parola progressività. Ristabilendo
le detrazioni, ha ridato senso al termine politica fiscale. La finanziaria
ha introdotto anche detrazioni innovative, ad esempio per l’affitto
dell’abitazione utilizzata dai figli che frequentano l’università
fuori sede; oppure per i libri di testo, per le polizze sanitarie, per la
previdenza complementare.
All’interno delle deduzioni previste dal precedente governo, invece,
si nascondeva tutto e il contrario di tutto e a beneficiarne era soprattutto
chi aveva grandi possibilità di farsi fare ricevute.
A questo proposito, vorrei dire qualcosa sul cosiddetto ‘scontrino
parlante’, che ha suscitato qualche perplessità anche in questa
sede, per le possibili complicazioni che può causare. (Si chiama
parlante, perché deve contenere il codice fiscale della persona per
la quale il medicinale è prescritto, oltre che il prezzo del farmaco).
Sembrerà assurdo, ma c’era gente che andava fuori delle farmacie
a raccogliere gli scontrini e poi li deduceva.
Bisogna in qualche maniera ricominciare a dare un senso alla coscienza fiscale
di questo Paese, anche con misure che possono apparire scomode. Bisogna
far capire che l’evasione fiscale è qualcosa che lede la dignità
delle persone. Bisogna far capire ai contribuenti che pagare tutti consente
a tutti di pagare meno.
Per ridare al Paese una coscienza civile e fiscale, che si è persa,
bisogna ricorrere anche a cure massicce, anche a misure contraddittorie,
o ‘poliziesche’. La norma Bersani-Visco sulla tracciabilità
dei pagamenti, ad esempio, è strutturata in questa maniera perché
è all’interno di un percorso che tenta di restituire la consapevolezza
che non si può più ricorrere alla furbizia; che è giusto
che le detrazioni per spese mediche ed acquisto dei farmaci siano effettivamente
erogate a chi sta male, ha necessità di medicine e le va a comprare
e non a chi raccoglie gli scontrini fuori dalle farmacie!
Ecco perché credo che alcune misure contenute nella finanziaria vadano
proposte con questa lettura, altrimenti appaiono inspiegabili e irrazionali.
Soffermiamoci sulle detrazioni familiari. Ci sono una serie di aspetti,
affrontati precedentemente sia da Tutino che da Di Nicola, su come sono
stati evidenziati con pignoleria estrema i contribuenti che hanno diritto
a questa forma di sgravio fiscale: le famiglie con un maggior numero di
figli a carico, quelle più bisognose. Tuttavia dobbiamo avere la
consapevolezza come anche tra le famiglie con redditi molto bassi vi siano
evasori. Nella situazione attuale non è semplice trovare il modo
di evitare che nelle agevolazioni fiscali non rientrino anche i furbi ed
i disonesti.
Quello che, però, va sottolineato è che con questa finanziaria
si ricomincia a far dichiarare i beni, compresa la prima casa. Molti in
questo Paese hanno solo la prima casa: non hanno un reddito, hanno solo
la casa. Bisognerà capire come mai possiedono questa casa: è
un’eredità o cos’altro?
Questa Finanziaria, tuttavia, e lo ripeto, dà alcuni segnali precisi.
Uno per tutti: lo stanziamento per il Fondo per la non autosufficienza,
500 milioni di euro nel triennio, pochi, ma un punto da cui partire. Infonde
fiducia, dà speranze nuove, perché cerca di dare una risposta
positiva allo sviluppo; di ricostruire un clima di fiducia rispetto al futuro;
di ridare risorse per le infrastrutture e i cantieri; di offrire segnali
di novità; di dimostrare che la progressività, l’equità
e lo sviluppo non sono stati cancellati dal vocabolario italiano; di ridare
senso e significato a una politica che abbia i connotati propri del riformismo.
Concludo, ribadendo che la Finanziaria va valutata nella sua completezza,
per gli effetti che ne possono derivare. Va vista nella sua accezione più
complessiva e rispetto a quei valori che abbiamo sempre predicato, di equità,
di giustizia sociale, di solidarietà. Va vista per quei germi che
pure contiene, che possono dar vita a un Paese diverso, a una qualità
diversa della vita e a un futuro diverso per i nostri figli.
Questo è il messaggio che va colto. E credo che quei semi –
che la Uil ha sempre cercato di diffondere – all’interno di
questa finanziaria ci siano: la capacità di fare equità, solidarietà,
giustizia sociale e sviluppo; di combattere le furbizie e le prepotenze;
di combattere l’evasione, il lavoro nero e il sommerso; di superare
le forme di precariato; di dare dignità al lavoro; di dare certezze
per il futuro; di dare dignità alle persone anziane; di dare un senso
alle prospettive di vita di questo Paese.
Ci sono questi semi che, opportunamente annaffiati, possono far nascere
la pianta di un Paese diverso. Sono come tasselli di un puzzle e quando
si costruisce un puzzle si deve fare piano, piano. Talvolta non quadra,
talvolta il disegno non combacia, però alla fine si costruisce il
quadro. E dobbiamo far comprendere quale sia il disegno finale. In passato
è stato l’euro. Oggi, l’obiettivo è garantire
sviluppo, sicurezza e dignità nel lavoro, oltreché alle persone
anziane; costruire uno Stato sociale realmente capace di aiutare chi ha
bisogno.
Come dirigenti sindacali – voi lo siete ancora, io lo ero –
e come esponenti anche di culture politiche che sono parte integrante di
questo Paese, da quella repubblicana a quella socialista, credo che dobbiamo
soprattutto guardare a questi contenuti, a questi principi. È, infatti,
riaffermando questi contenuti e questi principi che riusciremo anche a dare
il senso che i sacrifici da fare in più oggi certamente rappresenteranno
i benefici del nostro domani.
Roma, 9 gennaio 2007