Un percorso impegnativo fra riduzione della pressione fiscale e riduzione della spesa
Il Documento di Programmazione Economica e Finanziaria per gli anni 2008
– 2001 ha il merito di indicare le linee strategiche di politica economica,
in modo certamente più chiaro e puntuale di quanto, pur con grande
sforzo, è stato fatto l’anno passato in una situazione di finanza
pubblica difficile e confusa, che ha richiesto robusti interventi di politica
tributaria nel luglio 2006 e nella Finanziaria per il 2007.
E proprio grazie a tali interventi, a quelli introdotti con la manovra di
bilancio per il 2006 ed al miglior andamento dell’economia, che le
linee programmatiche di questo DPEF sono maturate in un quadro di finanza
pubblica, che pur continuando a registrare il debito pubblico più
elevato d’Europa, è migliorato rispetto a quello dell’anno
passato.
I conti pubblici hanno certamente potuto beneficiare anche delle numerose
"mosse" introdotte per contrastare l’elusione e l’evasione
fiscale, con i decreti legge dell’estate e dell’autunno 2006
e con la legge finanziaria 2007.
Il quadro macroeconomico indicato nel DPEF prevede una crescita del PIL
del 2 per cento per il 2007e dell’1,9 per cento per il 2008, sostenuta
dall’aumento dei consumi delle famiglie e degli investimenti.
La crescita lievemente superiore a quella prevista e le maggiori entrate
tributarie – in buona parte ritenute strutturali, e questo è
un dato significativo – hanno determinato un extragettito, in parte
utilizzate per interventi in campo sociale, a partire dall’aumento
delle pensioni minime, in parte per lo sviluppo, per la sicurezza ed il
funzionamento delle amministrazioni.
Su tali scelte la Commissione europea ed importanti organismi finanziari
hanno manifestato perplessità e riserve, legittime dal loro punto
di vista.
Ma un Paese come il nostro, caratterizzato da marcate sperequazioni sociali
e differenziazioni territoriali, da un lento e silenzioso scivolamento verso
condizioni di precarietà e di povertà, non può e non
deve essere governato solo in modo ragionieristico, con le sole leggi della
"partita doppia" e del bilancio, ma deve saper coniugare le giuste
esigenze di risanamento dei conti pubblici con le esigenze di risanamento
o, meglio, "risarcimento" sociale, nella consapevolezza che la
tenuta dell’unità e della coesione sociale è altrettanto
importante della tenuta "finanziaria".
E allora non si comprendono le ragioni per le quali l’aver fissato
l’indebitamento al 2,5 per il 2007 ed al 2,2 per il 2008 – quindi
abbondantemente al di sotto del parametro del 3 cui siamo tenuti –
rispetto al 2,1 ed all’1,5 che avremmo avuto se avessimo utilizzato
l’intero extragettito a riduzione del debito, possa costituire un
"grave errore", un danno per le generazioni future, e via dicendo.
Ma soprattutto non si comprende perché se l’extragettito viene
utilizzato per la "competitività" delle imprese, allora
va bene, ma se viene utilizzato in parte per le pensioni più basse
e per gli ammortizzatori sociali, allora non va più bene.
Come pure non si capiscono le ragioni per le quali da un lato si riconosce
la necessità di ridurre la pressione fiscale, dall’altro si
critica il percorso di risanamento indicato nel DPEF, dimenticando che l’intero
utilizzo dell’extragettito avrebbe comportato nel 2008 una manovra
correttiva di 10 miliardi, che il Governo non ha ritenuto realistica "tenendo
conto delle condizioni economiche e sociali italiane, e considerando inoltre
il grande sforzo di aggiustamento strutturale, già effettuato dal
Paese nell’anno in corso con la legge finanziaria 2007".
Il DPEF, come è giusto che sia, svolge un'analisi rigorosa e puntuale
della situazione complessiva del Paese, delle cause che ne frenano lo sviluppo,
delle scelte strategiche e delle politiche da realizzare per una crescita
sostenibile.
Un'analisi a tutto tondo che spazia nei vari settori, dalla difesa alla
giustizia, alla scuola alle politiche del lavoro, al turismo, alle infrastrutture,
al Mezzogiorno, al sistema agroalimentare e pesca, ... ecc., indicando le
politiche da realizzare per una crescita sostenibile.
Il Documento ricorda come l’Italia sia il Paese con un tasso di povertà
superiore alla media europea ed abbia un investimento complessivo nelle
politiche dello stato sociale inferiore; come sulle famiglie gravi in modo
quasi esclusivo il peso crescente delle persone non autosufficienti; la
presenza di giovani privi di autonomia economica ed una situazione abitativa
critica.
Le linee di intervento indicate sono molteplici, fra le quali:
- le politiche di sostegno al reddito e di lotta alla povertà, da
attuarsi con l’introduzione universalistica degli assegni per l’infanzia,
interventi fiscali per gli incapienti, ripresa del progetto del Reddito
Minimo di Inserimento;
- l’aumento dei servizi per l’infanzia, a partire dagli asili
nido;
- l’attuazione del piano triennale per l’edilizia abitativa;
- la definizione dei livelli essenziali delle prestazioni, a partire da
quelli riferiti alla non autosufficienza, ... ecc.
Linee d’intervento la cui attuazione passa attraverso un processo
di razionalizzazione, rivisitazione e rivitalizzazione di taluni istituti,
in un quadro di tendenziale riduzione della pressione fiscale e della spesa
primaria.
La linea di politica fiscale tracciata in questo documento di programmazione,
in coerenza con quanto già era stato fatto con la Finanziaria 2007,
pone particolare attenzione alla famiglia, prevedendo misure a breve e medio
termine.
La misura a breve prevede la restituzione, si ritiene con una cadenza mensile,
delle detrazioni fiscali per figli a carico anche per gli incapienti.
Un intervento che si concretizzerà con un aumento degli assegni al
nucleo familiare.
Più articolato è il percorso a medio termine, che porterà
alla costituzione di una "dote fiscale" per i figli, indipendentemente
dallo status lavorativo dei genitori, che dovrebbe passare attraverso l’unificazione
delle detrazioni e degli assegni familiari vigenti.
Il principio di per sé è corretto, ma per la sua pratica attuazione
dovranno essere affrontate questioni complesse che la prevista "universalità"
di questo nuovo istituto necessariamente comporta, quali ad esempio quelle
riferite al suo finanziamento, che non potrà essere circoscritto
alle sole risorse ottenute dalla trasformazione delle detrazioni e degli
assegni in "dote fiscale". Se per il finanziamento "aggiuntivo"
si ricorrerà, come probabile, alla fiscalità generale, occorrerà
evitare che con una mano si restituisce e con l’altra si prende.
Come pure dovrà essere affrontato il nodo della legalità fiscale,
o meglio della illegalità fiscale, che, purtroppo, caratterizza vaste
platee di contribuenti, le quali a causa delle basi imponibili sottratte
a tassazione si collocano nelle fasce di reddito più basse e, quindi,
in posizione più favorevole ai fini della "dote fiscale"
per il figlio, rispetto magari ad altri contribuenti che non ricorrono a
pratiche evasive ovvero non possono ricorrervi, essendo soggetti a ritenuta
alla fonte.
Il linea più generale, questo DPEF si pone obbiettivi impegnativi,
per il cui perseguimento il percorso è altrettanto impegnativo e
per certi versi nuovo; ma è ciò che serve per uno sviluppo
ordinato e per una crescita attenta alle esigenze di natura sociale, che
tenga unito il Paese.
Il punto di svolta di questo DPEF sta nella prevista riduzione della pressione
fiscale, coerentemente ancorata alle risorse derivanti dalla lotta all’evasione,
così come previsto nella Finanziaria 2007.
L’impegno a recuperare l’evasione fiscale, migliorando l’efficienza
del sistema dei controlli e della macchina amministrativa, razionalizzando
e semplificando le procedure, costituisce un banco di prova dal quale ci
attendiamo molto dal Governo.
Apprezziamo lo sforzo dell’Amministrazione finanziaria di "riposizionarsi",
con maggiore efficacia ed efficienza del passato, nell’attività
di prevenzione, controllo e repressione dell’evasione, oltre che di
riscossione effettiva della maggiori imposte e delle sanzioni accertate.
Nella direzione auspicata sembra muovere la nuova strategia dell’Agenzia
delle Entrate, che ha fissato un primo obiettivo di riduzione – di
circa l’1,5% del PIL, pari ad oltre 20 miliardi, nei prossimi 3 anni
per ciò che attiene alla sola evasione IVA, aumentando il numero
e la qualità dei controlli.
E’ auspicabile che obbiettivi analoghi vengano fissati anche per la
riduzione dell’evasione delle altre maggiori imposte.
Ma occorre che venga dato conto in modo sistematico e convincente dei costi
sostenuti e dei risultati ottenuti.
Questa è la condizione indispensabile per dimostrare al Parlamento
ed all’opinione pubblica che il costo del personale dell’Agenzia
è una spesa produttiva e che vale quindi di la pena di incrementare
le risorse destinate al controllo.
Molto è stato fatto ma è ancora poco rispetto a quanto c’è
ancora da fare.
La questione dell’illegalità fiscale è una vera emergenza,
una stortura che si frappone a qualsiasi efficace misura di sviluppo e di
equità, ed occorre impegnarsi per rafforzarne gli strumenti di contrasto,
ma l’Amministrazione finanziaria deve riferire con puntualità
e chiarezza sui risultati conseguiti.
Altra chiave di lettura è data dal fatto che questo DPEF non ruota
tanto sulla distribuzione di risorse aggiuntive, quanto sull’uso più
efficace ed efficiente di quelle esistenti, sullo spendere meglio: la capacità
di riprogrammazione della spesa primaria, sulla quale gli interventi debbono
essere effettivamente mirati al contenimento degli sperperi e non generalizzati,
se si vuole evitare di colpire in modo sbagliato anche settori particolarmente
sensibili, come ad esempio quello sanitario.
E’ questo certamente un esercizio difficile, che richiederà
attenzione e pazienza, ma soprattutto una condivisione convinta da parte
di tutte le "centrali di spesa", quindi Amministrazioni dello
Stato, degli enti locali e via dicendo.
Ma questa è la strada da percorrere se si vuole modernizzare e rendere
competitivo il sistema economico, se si vuole migliorare il sistema di protezione
sociale, nella consapevolezza che il ricorso alla fiscalità generale,
peraltro in gran parte impegnata dai "costi" di risanamento della
finanza pubblica, va indirizzato in direzione di una maggiore equità
redistributiva.
Un percorso già iniziato con la Finanziaria 2007, sul quale occorre
proseguire in un quadro di riferimento completo e che abbia obbiettivi ben
definiti.