E’ stato un voto sofferto, non facile. Un voto nato dall’approfondimento
di un tema affrontato non più come cittadino ma avendo le responsabilità
istituzionali di dover esprimere un voto.
Un approfondimento che, dopo giorni di dibattito parlamentare, mi ha radicato,
ancor più, nella convinzione che la giustizia non può e non deve divenire
giustizialismo né, tanto meno, tema su cui speculare a fini elettorali approfittando
di sentimenti di insicurezza dei cittadini. E’ giusto e dovuto che
chi commette qualsiasi reato, infrangendo la legge, espii la propria pena.
E’ l’unica deterrenza che evita che si possa credere di poter
agire senza vincoli, mai ponendosi il rispetto di un principio di libertà
che in una democrazia è fondante. “Il limite della propria libertà
è quando essa invade ed impedisce quella degli altri”.
Ci sono, però, dei reati, come evidenziato dal dibattito parlamentare, che
potrebbero essere meglio sanzionati con pene alternative a quelle del carcere
consapevole che non è certamente il carcere che consente rieducazione e
reinserimento sociale a chi sbaglia in specie quando lo fa per la prima
volta.
Ma è giusto che lo Stato, impossibilitato per mancanza di strumenti alternativi,
riempia le carceri di persone (moltissime straniere) condannate a pene brevi
ed in condizioni disumane?
Una domanda che scaturisce dalla lettura dei dati del Ministero degli Interni
e che c’entra poco con la disinformazione che si è voluta innescare
evocando nell’opinione pubblica casi emblematici che usufruiranno
della diminuzione dei tre anni della pena.
Le domande che potrebbero venire spontanee sono il perché chi ha ucciso
o ha commesso reati contro i cittadini hanno avuto condanne scontate o patteggiamenti
di comodo. Il perché i processi durino così tanto. Il perché per pochi casi
noti strumentalizzati, tanti ignoti vivono in condizioni incivili. Casi
noti che, peraltro, grazie al loro status di notorietà, sfruttano tutti
i cavilli per sottrarsi alla condizione carceraria.
Di qui l’indulto. Non una amnistia che cancella sia la pena che la
condanna, e, per di più se la condanna non c’è ancora stata, non ci
sarà più accertamento di responsabilità, né condanna.
Nessun colpo di spugna, quindi. Con l’indulto resta l’accertamento
giudiziario del reato e resta la condanna con tutte le conseguenze diverse
dalla pena soggetta all’indulto stesso. Delinqueranno di nuovo? In
tal caso l’indulto verrà nei prossimi 5 anni (di più dei tre condonati!)
revocato quindi, anche, un disincentivo a commettere di nuovi reati.
Riandranno, perciò, in carcere e sconteranno anche la pena condonata. Nel
frattempo, ci auguriamo che il Ministro dei Lavori Pubblici inserisca nella
Finanziaria 2007 le sue priorità, non la foto di quanto deciso dal Governo
Berlusconi.
Le sue scelte, compresa la edificazione di nuove carceri e di nuove strutture
di reinserimento sociale, tali da restituire non solo la garanzia per i
cittadini nei principi di uno Stato democratico, ma anche l’autorevolezza
verso uno Stato che condanna rispettando, quantomeno, i diritti umani fondamentali
di un detenuto e di chi vi lavora.